Il mio approccio

Da Copenhagen a Praga, da Berlino a Parigi, da Londra a Roma, mai come agli albori del Novecento
la scienza ha questionato ogni fondamento e l’arte ha debordato ogni canone, comportando
un’innovazione senza precedenti.

Scienza del caso singolo e arte dell’ascolto, la psicanalisi di
Vienna ha cominciato allora col dissipare quella padronanza del soggetto e quel primato del
discorso sulla parola su cui poggiavano discipline e specialità, corporazioni e cappelle.

Ma nel corso del secolo moralismo e puritanesimo hanno tentato di riportare la psicanalisi sotto
l’egida dell’ideologia della morte che, applicando le filosofie romantiche e illuministiche dell’800,
propugna la morte dell’arte e il trionfo della tecnologia contro la parola.

Avanguardie e revivalismi,
sperimentalismi e spiritualismi dovevano addomesticare l’inconscio finalizzando la psicanalisi, la
scienza e l’arte alla logica dell’aiuto e del rimedio, trasformandole nel minimo male necessario, da
tenere sotto controllo, come uno psicofarmaco.

Ma se l’arte, la scienza e la psicanalisi fossero
psicofarmaci, sarebbero destinate a essere superate e dunque a finire, e con esse dio, l’uomo, il
mondo.


Oggi, nel terzo millennio, dissipate le ideologie, la psicanalisi deve partecipare alla semiotizzazione
generale, secondo cui tutto, essa compresa, è codificabile, interpretabile, somministrabile a favore
del bene comune?

Mai come oggi, nell’era della comunicazione la psicanalisi non è psicologia né
psicoterapia, bensì scienza e arte della parola e non dei discorsi: la sua formazione viene dal corpo
della parola, non dalla corporazione o dalla professione, la sua terapia va verso la scena della
parola, non guarisce dal male, anche sociale.

Formazione come invenzione, terapia come
articolazione e svolgimento delle cose.


Questa psicanalisi del ventunesimo secolo esiste oggi, nella cifrematica, come esperienza della
parola originaria; nulla a che fare con le discipline sempre che promettono la salvezza nell’avvenire
e propinano l’idea del nulla e della morte nell’attuale.

Con la cifrematica ciascuna cosa, anche
presunta malata, entra nella procedura impenale della parola, in cui dicendosi le cose si fanno e
facendosi si scrivono, procedendo dall’apertura e giungendo all’infinito.

Ecco una cura pragmatica
e una salute come regia delle cose, perché viene dissipata l’idea di sé e dell’Altro, che li vuole
sempre mancanti, difettosi, fragili e deboli.

Ne consegue che, senza più bisogno del sistema delle
coperture e l’ideologia della morte, l’arte e l’impresa, la finanza e la scienza giungono alla riuscita
in dispositivi differenti e vari secondo l’occorrenza, in direzione della qualità.

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